#natimoon: il lago Titicaca

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Un gigante d’acqua dolce. Lo sguardo si perde all’orizzonte e se non ci fossero le Ande boliviane a delinearne un limite, potrebbe sembrare un mare. Senza increspature, però. Piatto come una tavola e placido come un bacino. Perchè il vento sale verso sera e si placa nella notte. La prima immagine, dall’alto di Puno, cittadina di montagna e avamposto per la nostra esplorazione del Titicaca è questa: una landa d’argento da cui fanno capolino una rigogliosa piantagione di canne, che i locali chiamano i totora dove vivono ancora, gli indigeni uros. Il Titicaca detiene molti primati: non tanto per le sue dimensioni (22 volte il nostro piccolo grande Lago di Garda), nè per la sua altezza (oltre i 3800 metri sul livello del mare) quanto per essere il lago navigabile più alto al mondo e per possedere al suo interno popolazioni indigene dai costumi pittoreschi.

Uros: piccolo mondo antico

Abitano tra le canne. Fieri delle loro tradizioni. Sono gli Uros che, hanno accettato il compromesso di accogliere i turisti nelle loro isole per mantenere intatta la loro civiltà. Vivono su case galleggianti, assecondando il ritmo dei venti (visto che le zolle di terra su cui poggiano le loro strutture non sono ancorate al fondo del lago), raccontando ai visitatori i tratti salienti del loro stile di vita e per vendere loro coperte e tessuti ricamati a mano che tramandino la loro storia.  Si crede che gli UROS siano stati uno dei gruppi etnici piú antichi a popolare la regione dell’altopiano andino. La sopravvivenza dipendeva dalle loro capacitá di pescare e cacciare uccelli. Questo gruppo ha sempre preferito mantenersi isolato dalle culture e dalle civiltá della terraferma. La ricerca dell’isolamento è stata, a volte, anche la causa che li ha portati a navigare con zattere di canne di bambú e a vivere in maniera primitiva. Quando i cronisti spagnoli incontrarono gli UROS, alla fine del XVI secolo, questi vivevano ancora nel lago su piccole zattere che usavano come case galleggianti, non indossavano molti vestiti e avevano capelli lunghi. E’ stato solo agli inizi degli anni ’60 quando gli UROS hanno iniziato a costruire piccole isole artificiali di canna di bambú usandole come rifugi.  Le canne di questa baia vengono usate come alimentazione (hanno molto iodio), per costruire zattere da pesca, case galleggianti, alimentare animali e come legna da cucina.

Taquile: cappelli rossi e cinture bianche

500 gradini a 4000 metri non sono cosa da poco. L’aria è rarefatta e il respiro difficoltoso. Ma è il pegno che si paga per arrivare a toccare il cielo sul picco dell’isola di Taquile. Ovunque bambini, caricati a mò di zaino in colorate imbragature di tela. O a piedi. Tornano da scuola e per farlo possono compiere anche il cammino di un’ora e mezza. Perchè la scuola, così come la chiesa il mercato e tutto ciò che è fulcro nevralgico dell’isola si trova sulla sua cima. Tutto gira, arrivati in cima. La tentazione sarebbe quella di buttarsi su una Cuschegna ghiacciata ma, sebbene la birra abbia una gradazione alcolica bassissima, si rischierebbero spiacevoli inconvenienti legati all’altitudine. Nella piazza il nulla, eccetto donne intente a vendere bananitos e uomini seduti sui gradini davanti alla chiesa a gustare un intruglio giallo. E’ il pisco sour, una bibita lievemente alcolica a cui non rinunciano nemmeno gli isolani. Sono diversi dagli Uros: non si avvicinano e, come un popolo di montagna, schivano i turisti.

L’isola di Taquile si trova a 35 km da Puno, ed è abitata da una comunità di origine quechua. di circa 2.000 persone suddivisa in 365 famiglie. Questo paradiso isolato dal mondo, pieno di storia e dove il tempo sembra essersi
fermato, è popolato da gente semplice ed ospitale, che ha mantenuto uno stile di vita tradizionale, conservando i propri costumi e le forme di organizzazione e di governo fin dal tempo degli Incas, che abitarono per tutta la
cordigliera partendo dall’Ecuador al nord del Cile e Argentina.

La comunità vive nel rispetto della Terra, (Pachamama, Madre Terra), il cui lavoro è scandito da tempi precisi, evitando lo sfruttamento ed impoverimento del terreno. E ‘difficile lavorare la terra in altitudine e in un clima così estremo, con grandi escursioni termiche, che permettono di ottenere un solo raccolto annuale.

Matrimoni in casa!

Sarà che di questi tempi sono sensibile al tema, ma la cosa incredibile di questa società è la gestione dei matrimoni. Sorprende leggere come si ripetono tra le comunità cognomi come Huatta, Quispe, Flores, un risultato di generazioni di isolamento sociale. Attualmente visto i problemi esistenti, si è adottata la regola che ci si può sposare con i quechua dell’ isola vicina di Amantaní e della vicina penisola Capachica.

Il matrimonio è per la vita, non vi è divorzio, ma per evitare “incomprensioni” nella scelta del coniuge, si pratica un regime di convivenza. Così, la coppia vive insieme il tempo necessario per conoscersi prima di contrarre il matrimonio per la vita. Nel corso di tale periodo, si vive insieme, si hanno rapporti sessuali, si lavora la terra e si svolgono mansioni domestiche insieme.
Il sirwinakui non ha alcuna limitazione e può durare fino a 10 anni o più, a condizione che non vi siano nascite, per le quali sarebbe obbligatorio il matrimonio .
I matrimoni si svolgono con una grande festa che può durare fino a una settimana, dove le famiglie dei futuri coniugi sono invitati a mangiare ed a portare amici e parenti. Si festeggia con danze e musica, si beve alcool
puro e si consumano le foglie di coca. Questa celebrazione ha un alto costo economico, così negli anni, quando la
pachamama dà buoni raccolti vi saranno molti matrimoni. In caso contrario si continuerà il regime di convivenza per un altro anno. La cosa tremenda? Durante i sette giorni dei festeggiamenti gli sposi sono costretti a guardarsi in faccia, senza mangiare. Vengono accompagnati in bagno dai testimoni e non possono dormire. Il perchè di questo stillicidio nel corso di quella che dovrebbe essere la loro festa è presto detto: i coniugi devono essere temprati alla vita di coppia.

Alla faccia dello stress da matrimonio…

continua…

P.S. Grazie a Kuoni, tour operator leader per la progettazione dei viaggi di nozze, per il supporto dato al nostro.

 

 

 

 

 

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