Venezia: le mille maschere del Carnevale

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Di: Isabella Pesarini

Orario di metà mattina di un sabato a metà febbraio, Ponte degli Scalzi, Venezia. Cosa mai può spingere a sfidare la possibilità di acqua alta nella città più lagunare d’Italia? Colori, sfarzo, fantasia sono gli ingredienti per la scala cromatica che dipinge l’arcobaleno per le calle, dal momento che manca in cielo. Mi trovo a Venezia per il Carnevale, l’evento più atteso ogni anno, il cui richiamo viene sentito in tutto il mondo. Il tema di quest’anno, la Natura fantastica, poteva solo attirarmi alla biglietteria di una stazione, farmi fare il biglietto e arrivare alla stazione di S. Lucia, incurante del maltempo e della probabile folla di turisti accorsi per il medesimo motivo. L’incontro con un’amica di Firenze sembra confermare questa ipotesi. Eppure fino a Rialto non vedo chissà quante folle, che siano rimasti tutti delusi dalla giornata di pioggia e abbiano rimandato ai giorni seguenti le sfilate? In effetti il costo di molti costumi può arrivare ai 3000-5000 euro, altri sono talmente costosi che vengono prenotati e affittati per l’occasione. In entrambi i casi non è permesso nemmeno un leggero logorio di un orlo.

Dal fianco sinistro di Ponte Rialto ammiro un panorama mozzafiato di Venezia, quello scorcio tagliato nelle misure di una cartolina dal Canal Grande, un alternarsi di barche a motore e gondole, di veneziani frettolosi e di turisti sempre più disorientati. Ascolto il messaggio della città: a Venezia ci si ferma, si va a piedi o traghettando i canali per mezzo di barche proprie o vaporetti, Venezia è una città unica al mondo.

Bisogna arrivare proprio a San Marco per trovare lo scopo primario della tappa lagunare. Ai piedi del Leone di Venezia è Carnevale.

 

Mezzogiorno, quasi di sole, Piazza San Marco. Due folletti verdi, volto celato da inespressive e preziosissime maschere bianche, si aggirano con costruita spontaneità sotto le logge della piazza. Un’altra maschera attira la mia attenzione: il copricapo quasi napoleonico, rivisitato con merletti e piume nere, una mantella da diciannovesimo secolo, l’identità quasi difesa da una maschera che abbellisce lo sguardo. Chi indossa tanta arte sartoriale è una distinta signora di mezza età, che quasi ripropone la leggenda della dama veneziana, corteggiata fin oltre i mari. Il Carnevale di Venezia premia l’esperienza per età!

In veste di fotoreporter di costumi scorgo due maschere addossate a un pilastro della loggia, stranamente sole. Mi avvicino, un cenno e entrambe rispondono con una conferma per il permesso di fotografare, alzo il braccio e la macchina fotografica per arrivare a scattare che sento il rumore di tanti passi, un calpestio improvviso fatto da più piedi. Faccio appena in tempo a girarmi che è accorsa un folla, ora le due maschere solitarie sono delle star: gonne a più veli sul bianco perla e sul nero in trasparenza con mantella nera e violette come fermi l’una, un gioco più deciso sulle tonalità del rosso, dell’arancio e del nero che completa in un velo rosso per scherzare col volto l’altra.

I numerosi giri ripetuti sotto le logge ci portano infine a Palazzo Ducale, un palazzo antico che sembra uscito da una pasticceria o da una merletteria, a seconda dei gusti. Il cielo ora si sta aprendo, la luce del sole si sta facendo spazio tra le nuvole, i riflessi di controluce sul mare sono ineguagliabili, le gondole attraccate a riva conferiscono una pennellata di neo-impressionismo al quadro che si staglia davanti: l’isola e la Chiesa di San Giorgio occupano l’orizzonte.

Complice il bel tempo già al Ponte dei Sospiri ritrovo la consueta folla che fa di Venezia una delle città più visitate al mondo. Qui, sulla Riva degli Schiavoni, assisto a un fenomeno a prima vista inconsueto: una donna mascherata, che col costume supererà l’altezza di due metri, invita sfrontata a fare foto con lei. Tutti stiamo facendo foto, ma tanta aggressività in lei, la maschera, si traduce in un aumento di riservatezza in noi, i turisti. Noto un cappellino riverso a terra, un bel rosso sgargiante. Capisco, e sorrido. La maschera permette di fare una foto in sua compagnia in cambio di una qualsiasi offerta in denaro, da lasciare gentilmente sul fondo del suo cappello a terra.

Una statua in bronzo che emana potenza e maestosità mi intima di fermarmi, per ammirare la sua bellezza: un leone alato, perfetto come i leoni d’Africa, ruggisce alla città e al mare, per nulla intimorito dall’ignoto che può venire solo dal mare.

Non c’è viaggio che porti il souvenir di un particolare inaspettato. Qui sul lato sinistro della riva, quasi celato alla vista dalla veranda di una pizzeria, scopriamo la casa dove diede l’addio a questa Terra nientemeno che il fisico e matematico Christian Doppler. Sì, proprio lui! Lo scopritore dell’effetto Doppler! Venezia attira, anche le menti più calcolatrici …

Camminare sulla riva è un regalo di relax da concedersi, basta svoltare a sinistra in direzione dell’Arsenale per allontanarsi dalle folle e scoprire canali e calle tortuosi che fanno di Venezia la città più pittoresca al mondo.

Le sorprese iniziano già all’entrata del Museo Storico Navale: uno scudo bronzeo con l’effigie della città accoglie il visitatore all’uscio.

Le torri dell’Arsenale svettano dall’omonimo Rio, fondamenta in matton cotto che ben danno l’idea di solidità persistente nel tempo.

Ci lasciamo alle spalle il monumento simbolo di potenza della città e ci addentriamo per calle piccole, ponti quasi diroccati, mura da restaurare, una chiesetta opera dell’architetto Giorgio Vasari, dove i consigli dell’amico Antonio Vivaldi hanno reso possibile un’acustica perfetta.

Per non perdersi, a Venezia bisogna cercare un ponte, e ancora quello successivo. Così calle dopo calle, rio dopo rio, il canal aumenta di portata e di grandezza, chissà mai che si torni a Riva degli Schiavoni, ancora lungo il mare.

Con uno spiraglio di bel tempo le maschere sono approdate per dar luogo alla sfilata cittadina. Ogni età ha la sua maschera, ogni identità il suo stile, dal neo-napoleonico al tardo ottocentesco, le maschere rifinite di ogni preziosità a nascondere il volto e a immortalare un giorno di festa.

 

Una e mezza, ora di pranzo, a Riva del Canal Grande. Avere un cugino che vive e lavora a Venezia può rivelarsi una fonte di sorprese irripetibili. Per prima cosa, il cugino della fidata amica, che condivide con me questa deliziosa esperienza di maschere e di colori, ci indirizza verso il posto dei tramezzini più buoni che ogni venezian conosca. È ora di pranzo, i tramezzini veneziani sono famosi per la loro farcitura e bontà, l’acquolina vien crescendo. E quando scopriamo di gustare deliziosi tramezzini, di un pan bianco soffice soffice, la cui farcitura è più del doppio del pane, tra decine e decine di varianti differenti e altrettanto invoglianti, bene, quando assaporiamo tutto ciò ai piedi di Ponte Rialto non possiamo che essere grate al fidato cugino. Un’altra tappa imperdibile, sempre da lui consigliata, è la Scala Contarini del Bovolo. La scala a chiocciola in pieno stile rinascimentale, che sbuca all’improvviso in un campo, ha un che di pisano. La meraviglia si perde tra tutti i particolari che l’occhio vorrebbe ricordare …

Un giro per tornare a San Marco butta lo sguardo sulla raffinatezza delle botteghe. La modernità è sì arrivata, eppure ben integrata tra le mura degli edifici antichi che affabilmente l’hanno ospitata. A Venezia riscopro la mia femminilità. Il luccichio dei gioielli, l’artigianalità di maschere, stoffe e monili, la cura del particolare, del dettaglio più nascosto, talvolta conosciuto solo da chi indossa quel dato capo, orbene, tutto questo lo vivo come un’esaltazione dell’Io, una celebrazione della propria persona, a cui portare rispetto e dedizione.

Maschere, maschere, maschere! Una coppia tra i cinquanta e i sessant’anni riporta indietro ai tempi di Sherlock Holmes. Quattro giovani Arlecchini rivisitati in chiave pop si lasciano pacamente fotografare approfittando del riposo sugli scalini delle logge. Una coppia sul tema di … già di che cosa? Direi blu elettrico! Nulla è definito se non la tonalità sgargiante dei loro abiti, copricapi di piume compresi. Occupando posto sul lato esterno della loggia una maschera tardo ottocentesca impiega il tempo posando per questo e quello scatto dei passanti, attratti dall’oro della maschera sul volto, il gioco di nero, oro e bianco, tra pizzi e tessuti damascati, in una cascata di dettagli fino ai calzari, impreziositi da nastri e merletti. Quando, ad un tratto, tout à coup … Un’altra maschera, riccioli d’oro, lungo mantello nero su un vestito dorato, ruba la scena alla prima protagonista, un’eleganza che si muove svelta e con l’agilità della spontaneità.

Imbocchiamo una diramazione dalle logge verso i canali, mi fermo davanti al negozio più bello, più ricco, più impreziosito di maschere che avessi mai potuto immaginare. Una maschera ammicca, dall’alto del suo copricapo di piume nere, un’altra sorride, un’altra ancora restituisce lo sguardo in posa statuaria.

Torniamo in piazza, per la sfilata senza confini di maschere. Proprio così! La prima coppia che incrocia i nostri passi verrà sicuramente dai Paesi del Nord Europa, lei sulle tinte pastello del rosa e del bianco, lui in tenuta post-napoleonica sulle tonalità dell’ocra-beige.

Una maschera in rosso emula la solidità del pilastro di una loggia a cui si poggia, rosa in mano, pennacchio d’oro.

A Venezia c’è proprio tutto, anche la rivisitazione del Carnevale in chiave moderna! Uno scoppio fragoroso di risate mi fa voltare, incuriosita: ecco la maschera di Shrek, che si erge sopra la media, con un sorriso compiaciuto sulla faccia, verde.

Scopro un’invasione, che sembra fuoriuscire dai videogames. Un gruppo di Assassin’s Creed si aggira tra S. Marco e Palazzo Ducale, no, sta andando in direzione di Palazzo Ducale! Eppure la classicità ha un tocco di magia: vestiti dorati, pizzi anche sui copricapi, l’età matura di chi indossa questi gioielli che aggiunge l’evidenza dell’esperienza, celebrata nel portamento sicuro e millenario di chi ripercorre la festività del Carnevale di Venezia, la cui unicità è il valore della città.

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