Dalla Malesia alle Chagos in barca a vela

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Di Francesco Silva

Dopo quasi due anni e mezzo abbiamo lasciato il sud est asiatico. E’ stato difficile abbandonare le comodità e la familiarità dei posti che si conoscono come casa.
Il 20 gennaio con un po’ di tristezza ma tanto entusiasmo e adrenalina alle stelle siamo partiti per le Maldive. I primi tre giorni di mare all’uscita dello stretto di Malacca veleggiamo con andatura costante e venti leggeri, ma verso il quarto giorno il vento muore totalmente: rimaniamo in attesa, facciamo bagni in 4000 metri di acqua, leggiamo e aspettiamo in questo oceano calmissimo. Verso sera arriva un po’ di brezzetta che ci spinge, procediamo lentamente fino a quando un inaspettato colpo di vento e la mano inesperta del nostro equipaggio ci spacca la randa da parte a parte. Seguono tre giorni di bufera per cui abbiamo dovuto prendere una dura decisione. Dopo dodici giorni di mare la voglia di arrivare da qualche parte era tanta, e lo Sri Lanka era solo a 200 miglia, senza troppi rimorsi abbiamo dirottato per Galle. Farsi altre settecento miglia con la randa a pezzi e la mezzana danneggiata non sembrava un’idea allettante. Le autorità cingalesi ci accolgono con una marea di tasse, tangentine e autoregali, la marina e la dogana fanno un giro in barca controllando quello che gli piace per poi prenderselo per il disturbo.
In totale, in un paio d’ore abbiamo speso 200 dollari tra tasse portuali e agente (che non ha neanche compilato i moduli), due magliette, quattro Tobleroni, una bottiglia di J&B, e quattro lattine di birra…benvenuti in Sri Lanka!
Cerchiamo di non farci il sangue amaro e il giorno dopo usciamo lo stesso con il sorriso in faccia. La speranza è che come al solito le autorità sono una cosa ma i civili sono un’altra. Mezzo petto di pollo quattro euro! Ma lo Sri Lanka non un è un paese del terzo mondo? E così la frutta,  verdura, fino ad arrivare a parti per il motore. Hanno cercato di fregarci in qualsiasi modo.
Abituati all’onestà malese o filippina abbiamo lasciato il bucato ad una “povera” famiglia per poi pagarlo un euro a capo. Siamo d’accordo nel pagare un pochino di più, ma fino al doppio ma prezzi europei è un po’ troppo! Così una volta riparata la vela fatti controlli pre-partenza, gasolio e ultime spese, siamo felicemente ripartiti.
L’attraversata verso l’atollo di Addu, il più a sud delle Maldive, è in pratica senza vento. Cerchiamo di approfittare il più possibile di quello che c’e’ ma molto spesso alterniamo tra motore e vela.  Il mare è piattissimo, quasi da non credere di essere in mezzo ad un oceano. Molti delfini arrivano a giocare con la prua facendo acrobazie andando quasi a sfiorare la barca. L’ultima mattina come regalo arrivano anche le balene, è sempre emozionante sentire il loro respiro per poi vederle infine re-immergersi nel profondo del mare salutandoci con le loro enormi pinne.
Arriviamo di notte, l’ingresso nell’atollo è ben segnato nelle carte elettroniche, e alle tre del mattino buttiamo finalmente l’ancora.
Il mattino dopo ci svegliamo e iniziamo finalmente a vedere in che meraviglia di posto siamo arrivati. Tartarughe ovunque, mante e pesci di ogni tipo. Le autorità maldiviane sono simpaticissime, nessuno a chiedere niente. Purtroppo ci dicono che per non pagare il permesso di navigazione del valore di trecento euro possiamo stare solo per settantadue ore. Facciamo un pensiero e decidiamo che le Chagos son vicine e quindi non ne vale la pena’
Le Maldive sono amore a prima vista, anche con tempo limitato cerchiamo di approfittarne il più possibile. Esploriamo il villaggio principale, guidiamo tra le varie isole collegate attraverso strade sulle barriere coralline, nuotiamo nel mare cristallino, mangiamo cibi locali e
beviamo caffè a casa di nuovi amici maldiviani. Il tutto è così rapido e intenso che è davvero triste dover partire.
Il mattino del 23 gennaio, dopo aver abbandonato il nostro equipaggio alle Maldive, veleggiamo per la nostra meta principale, destinazione Chagos!

…continua…


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