Essaouira: perla blu dell’Atlantico

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«Je cherche toujours à faire entrer le social maghrébin dans ma logique d’occidental. Essaouira est une ville mystérieuse qui a su développer, dans une superbe harmonie, une relation d’amitié avec la nature et ses éléments»

Regard sur Essaouira (George Lapassade)


 

Un sincretismo di razze sullo sfondo di un’isola perennemente battuta dagli alisei. Baluardo portoghese dai trascorsi millenari, Essaouira sorride abbracciata dai venti alisei. Mentre nel dedalo delle sue vie si spandono i ritmici suoni della Gnaoua: melting pot musicale.

 

La fonte del deserto.

Antica e moderna, semplice e ricercata, bianca e blu: la piccola penisola di roccia protesa nell’Atlantico all’altezza di Marrakech è un incrocio di elementi che a prima svista potrebbero apparire contraddittori. Niente di più sbagliato: Essaouira, complice la posizione che le permette di essere lambita dall’Oceano Atlantico, è delimitata a sud da Oued Ksob che si getta nella baia separando la città vecchia dal piccolo villaggio di pescatori di Diabet. Dove la linea dell’orizzonte si fa meno definita si staglia il profilo di Essaouira, chiamata un tempo Mogador, baluardo fenicio dalle vestigia gloriose il cui etimo raccoglie la sua essenza più profonda. “La ben protetta” significava infatti Mogador, divenuta un approdo ideale per la circumnavigazione dell’Africa. Fu così che cominciò la fortuna di Essaouira accentuata in epoca romana dall’abbondante quantità di molluschi che popolavano le sue acque, elemento indispensabile per tingere di porpora le toghe dei quiriti.

Quello che un tempo riluceva come uno degli avamposti più potenti del mondo romano è oggi un ameno villaggio di pescatori caratterizzato da un sincretismo di etnie. I Regraga, venuti dagli aspri pendii dell’Atlante che introdussero la religione islamica, i berberi Haha, figli del deserto e i Chiasma: tre tribù artefici di un pluralismo perfettamente conservato. Dalla fusione delle etnie nacque Essaouira, dalle alte muraglie color ocra, protetta da queste e graziata dagli alisei.

Almost blue


Blu e bianca: così la ricordo io, quando nel 2001 era ancora vergine di un turismo vorace. Vociante e profumata d’ebano, pullulante di gente persa nel labirinto del suo souk. A smorzare la canicola di una giornata settembrina solo un refolo di taros, mentre i massi color ocra della Casbah si tingono del grigio delle volte di pietra nella piazza dei maestri ebanisti. Qui il profumo del legno si diffonde e si confonde tra i colori scuri della pelle di chi lo lavora.

Con la sua pianta a croce, che la avvicina nell’assetto a Saint Malò, Essaouira riluce di ocra proponendosi al primo sguardo di chi la avvicina con la sua enorme fortezza a picco sul mare. A tradurre il progetto della città in mattoni fu l’architetto francese Theodore Cornut che nel 1760 su incarico del sultano, eresse la Medina. Il disegno urbanistico è ancora oggi visibile nella geometria del dedalo di vie che si dispiegano ortogonalmente separando tra loro portoni pesanti dagli eleganti intarsi: scrigni che occultano patii arabescati e fontane zampillanti. Le vie strette sono rese ancora più anguste dai mercanti che espongono la loro merce: piramidi di olive si alternano agli aromi degli incensi e ai colori degli unguenti venduti.

Quasi spinti dalla corrente di un fiume umano si raggiunge la piazza Moulay el Hassan, protetta dallo sguardo vigile del minareto. La piazza dai decori arabescati è il luogo propizio per concedersi una pausa. Ad agevolare l’intento, le terrazze dalle mille botteghe di oreficeria e i caffè vocianti dove camerieri in galabia schivano i tavoli brandendo vassoi carichi di bicchieri di te alla menta.

Tre sono le identità differenti di Essaouira, unite e sintetizzate nelle sue mura portoghesi. La Medina, le cui porte venivano chiuse al calar del sole, la Mellah e la Kasba, il quartiere più antico. Quest’ultima, costituiva la zona residenziale della città abitata dai dirigenti locali. Si accedeva attraverso la porta “Bab Sbaa” . Ogni dignitario possedeva qui la sua villa fatta erigere su commissione del sultano in carica. A far da linea immaginaria di confine tra Kasba e Medina, la moschea di Sidi Ben Youssef, mentre il souk divideva la Medina dalla Mellah. Popolata da commercianti, per la maggior parte rappresentati da ebrei trafficoni, la Mellah per la sua posizione prospiciente al mare divenne sede di importanti scambi commerciali.

Contrariamente alla struttura urbanistica classica di una città islamica, il palazzo del sultano fu costruito fuori le mura, nella zona sud della città vicino alla costa. Ammobiliato con pezzi di fattura europea, era strutturato in cinque padiglioni di cui non restano che poche rovine.

Da qui l’orizzonte si allarga quasi a sfiorare l’infinito in un abbraccio che termina sul porto. A far da vedetta, la Porta del Mare con la sua sfilata di cannoni, ricordo dei trascorsi portoghesi. Seguono i cantieri dove ancora oggi le imbarcazioni vengono prodotte con modalità artigianali e poi reti zeppe di pesci: croce e delizia dei gabbiani che stordiscono i passanti con i loro striduli richiami.

L’eco di Gnaoua

 

Gabbiani e albatros non sono comunque l’unica colonna sonora di Essaouira. Ogni anno la calma sonnolente della rocca portoghese è rotta dalle ancestrali melodie di un festival unico nel suo genere. Non distante dai raduni dell’Isola di Wight, la rassegna è in grado di catalizzare oltre 350.000 partecipanti. È la musica Gnaoua a farla da padrone durante la terza settimana di Giugno. Sebbene non si possa definire con esattezza assoluta in che modo la tradizione si sia imposta in Marocco alcune ipotesi sussistono in merito alla sua origine. Il termine Gnaoua sta ad indicare la popolazione della nuova Guinea, probabilmente giunta in Marocco nel XVII secolo al tempo del sultano Moulay Ismail. I discendenti degli schiavi di un tempo fanno oggi parte di una confraternita elitaria, in grado di comunicare con il divino attraverso la musica e la danza. Membri e adepti formano un gruppo radicato nelle tradizioni in cui riti animisti e divinità antropomorfe hanno preso sfumature del sufismo e del giudaismo. Riuniti intorno alla tomba del loro maestro Sidna Bilal, guaritore che salvò con l’imposizione delle sue mani Fatima primogenita del Profeta, gli Gnaoua praticano i loro riti. Accade così di vedere fasci di fuochi notturni appena fuori dalle mura di Essaouira dove con danze tribali gli adepti si avvicinano all’esperienza dell’estasi. Posseduti dagli spiriti che i maalem, i maestri della confraternita invocano grazie alla melodia prodotta da guembri (ingombranti strumenti a corde), i membri cadono in trance.

Molte le metafore presenti in questi riti dove i simboli di vita si mescolano a quelli di morte. E allora il latte diventa seme, i datteri sangue e il fuoco la luce. Tutto per celebrare l’allegoria della vita sintetizzata nell’armonia dell’arcobaleno. Accompagnati dal roco rullare di tamburi e dalle rumorose nacchere di ferro gli iniziati cantano e danzano attendendo un’alba foriera di vita in un rito a metà strada tra macumba e vudu. Il ritmo cresce facendosi sempre più serrato fino ad esplodere in un galoppo frenetico destinato ad estinguersi con l’approssimarsi del nuovo giorno. La notte vede così il suo epilogo quando l’alba incendia il cielo di Essaouira.

Come in un sogno appena concluso a memento delle ore passate solo una targa posta sulla scalinata che conduce ai bastioni portoghesi a picco sul mare. «Barakat Mohames», un inno al messia islamico e un augurio per chi varca le porte Essaouira: morbida perla strappata all’Atlantico.

 

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