Ritratto di signora: Peggy Guggenheim

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Venezia è intrisa di un’aura particolare. Luogo di ritrovo di artisti, ha ospitato l’ultimo scampolo dell’esistenza di una gentildonna eccentrica e “quasi” veneziana. Vera mecenate che ha fatto dell’Arte la sua ragione di vita
“Ogni ora del giorno è un miracolo di luce. D’estate all’alba il sole che sorge produce sull’acqua un effetto magico così delicato che quasi ti spezza il cuore. Col passare delle ore la luce diventa sempre più viola finché avvolge la città in una nebbia diamantina. Poi comincia lentamente a calare, nel magico tramonto, il capolavoro del giorno”.
(Peggy Guggenheim, Una Vita per l’Arte)

Luogo onirico, Venezia. Sospesa sul labile confine tra realtà e finzione. Struggente, appagante, melanconica. Epifania d’arte classica e per questo da sempre ricettacolo di bohémiens alla ricerca di un’identità.
Ogni volta che la raggiungo a bordo del chiassoso vaporetto mi emoziono. Non fa eccezione questa giornata di Febbraio. Lei riposa, sovrana della laguna e del lento fluire delle sue acque. Il freddo è pungente; gli unici a non atterrirsi sembrano essere i piccioni che invece di fuggire riluttanti al roco ribollire del ferry si avvicinano numerosi. Eppure oggi non scenderà da questo Mayflower d’acciaio nessun turista nipponico con macchina digitale e cibo compreso d’ordinanza.
Silenziosa e intima sarà oggi Venezia. Pronta ad accompagnarmi in un viaggio a ritroso nel tempo sulle orme di una donna eccentrica che sulla riva destra del Canal Grande, fra il ponte dell’Accademia e Santa Maria della Salute, ha voluto spendere gli ultimi anni della sua vita. Di un’esistenza controcorrente votata all’arte: sua croce e delizia come gli artisti che dai lei dipendevano. In tutto e per tutto.

La collezione è il collezionista

“Senza una collezione, il collezionista cessa di esistere”, diceva Peggy Guggenheim, nipote d’arte. Basti pensare all’imponente collezione newyorkese ospitata nel sacello di Frank Llyod Wright al numero 1071 della Fifth Avenue, sarcasticamente paragonato, dall’arguta Peggy, a un “claustrofobico garage”. O al Guggenheim di Bilbao che si estende su una superficie di trentaduemila e cinquecento metri quadrati. A quello di Berlino o all’Hermitage di Las Vegas. Imponenti realizzazioni architettoniche che accolgono strutturate raccolte di pezzi straordinari.
La collezione veneziana è tutta diversa: piccola, accogliente, proposta nella cornice domestica di un palazzo settecentesco che sorge a Venezia, appunto, non lontano da dove il Canal Grande sbocca nel canale di San Marco. L’amore della Guggenheim per la città lacustre nasce da un viaggio, una sorta di educazione sentimentale, compiuto in giovane età: sarà quella l’occasione per vedere, nella vociante realtà veneziana, la risposta al caos delle metropoli americane. Nel meraviglioso palazzo sulla riva destra del Canal grande si fermerà la corsa dell’americana errante alla ricerca di un’identità che il sangue giudeo delle sue vene reclamava.

Ebrea errante

Peggy a Venezia nel 1949
Amante degli uomini e della dolce vita, Peggy, dopo un amore bruciato con la tentacolare Grande Mela e un approccio fugace con la Ville Lumière, approda a Venezia nel 1946. A quei tempi la collezione era già completa. Questo perché la posizione di Peggy Guggenheim, nella storia del collezionismo, si basa su due periodi brevi di intensi acquisti: dal 1938 al 1940 tra Inghilterra e Francia e dal 1941 al 1946 in America. Già allora aveva scoperto dove si riuniva la conventicola degli artisti veneziani. Sede dei loro incontri era il ristorante all’Angelo in Calle Larga San Marco. Lì si delineò nella mente della Guggenheim, in modo sempre più vivido, il desiderio di portare la sua collezione a Venezia. Solo che per fare questo era necessaria una cornice adeguata. Tornò a Venezia nel 1947 quando riprese la ricerca di un posto dove andare a vivere, mobilitando quante più persone possibili: dai camerieri alle contesse, che perplesse, utilizzavano i salotti per la pratica del passaparola. Affittò così l’ultimo piano di una residenza signorile sul Canal Grande. Si trattava di Palazzo Barbaro: dirimpettaio di quella che sarebbe, di lì a poco, diventata per sempre la sua dimora.

Il Palazzo dei Leoni

Fu il 1948 a portare fortuna alla collezionista. Fama e notorietà sopraggiunsero al termine della XXIV edizione della Biennale, l’esposizione internazionale di arte contemporanea, cui lei partecipò con una raccolta di oltre centotrenta pezzi. Con il finire di questa, si prospettò a Peggy l’ipotesi di acquistare la residenza da qualche tempo vagheggiata: il Palazzo Venier dei Leoni.
Denominato dai veneziani come il palazzo “non finito”, fu iniziato nel 1748 su progetto dell’architetto Lorenzo Boschetti, il cui unico altro edificio a Venezia è la chiesa di San Barnaba. Molteplici sono le leggende che gravitano intorno alla sua incompiutezza: una mancanza tempestiva di denaro oppure la “longa manus” della famiglia Corner (proprietaria del palazzo di fronte) che non avrebbe gradito l’edificazione di un edificio più maestoso del loro. Ancora più rocambolesche sono le ipotesi volte a spiegare perché il palazzo sia stato associato ai leoni: sebbene si narri che nel giardino veniva una volta tenuto un leone, è più probabile che il nome derivi dalle teste di leone in pietra d’Istria che decorano la facciata a livello d’acqua.

La nuova entrata al museo

Due le inquiline famose (almeno per usi e costumi) che avevano preceduto la Guggenheim: dal 1910 vi aveva vissuto Luisa Casati, “femme fatale”  nota per tenere in casa due scimmie dal collare tempestato di diamanti e, in un momento successivo, Diana Castelrosse, eccentrica viscontessa.
Peggy riuscì a strappare il Palazzo e l’ampio giardino che lo circondava per sessantamila dollari; somma relativamente esigua.
Ristrutturò gli interni, ridisegnò il giardino – che con il tempo sarebbe diventato un’esposizione di sculture “en plein air” – al centro del quale collocò un trono bizantino di granito su cui lei amava farsi immortalare con i suoi amati cani. Da allora divenne per i veneziani, che non esitavano a guardarla con una certa circospezione, la “dogaressa con i cani”.

La “dogaressa” collezionista

A questo punto non restava che trasferire la collezione, da mesi ospitata in un padiglione della Triennale, nelle sale del palazzo Venier. Per fare questo era opportuno trovare un pretesto al fine di ovviare alla clausola medievale che imponeva il pagamento di onerose tasse doganali.

L’escamotage fu offerto da una mostra nei Paesi Bassi. Infatti, in occasione di un vernissage ad Amsterdam, la collezione fu prestata interamente: ciò significava che i pezzi uscivano temporaneamente dalla giurisdizione italiana. Questi rientrarono attraverso un piccolo posto di frontiera che non fu in grado di valutare l’effettivo valore del lotto, quotato solo per un milione di lire. A questo punto la collezione era pronta per insediarsi nelle luminose stanze di Palazzo Venier.


Uno dei primi inquilini fu il dibattuto “Angelo della Città” di Marino Marini che trovò posto nel terrazzo affacciato sul Canale. La scultura era dotata di un “membro removibile” che, in presenza di prelati o esponenti ecclesiastici, veniva svitato all’occorrenza e rimosso. Naturalmente gli aneddoti sulla statua e sulla sua appendice si sprecano: c’è una foto di Jean Arp – amico di lunga data della Guggenheim – che fuma il fallo staccato come un sigaro e un’altra che immortala lo storico d’arte, nonché omosessuale, James Lord, in groppa al cavallo dietro il cavaliere.

Minimo comune denominatore dell’intera collezione resta comunque uno spiccato eclettismo di oltre duecento esponenti dell’avanguardia contemporanea: Braque, Duchamps come rappresentanti di cubismo e futurismo. Mirò, Giacometti ma anche Dal per il surrealismo e Pollok, Mondrian e Kandinsky per il dadaismo. Un ampio ventaglio di artisti per una varietà di correnti.

Sei i nomi rappresentati da un numero maggiore di opere, tra cui spiccano Picasso, Giacometti e le persone che, nel bene e nel male, popolarono la vita della Guggenheim. L’amico Pollok, alcuni dipinti fiabeschi della figlia Pegeen, che rifiutò la vita a causa di un amore difficile e Max Ernst con cui condivise un rapporto controverso durato oltre vent’anni di reciproca dipendenza, nonostante i ripetuti abbandoni; una complicità unica che portò a una simbiosi autolesionistica foriera di grandi opere, da una parte, e di importanti intuizioni, dall’altra. Due vite e un solo destino che ha reso entrambi immortali nel nome dell’arte.

Ritorno al futuro

Peggy Guggenheim muore nel dicembre del 1979. Le sue ceneri saranno sepolte nel giardino accanto alle spoglie dei cani; i “diletti bambini” che, a differenza degli  uomini che avevano costellato la sua vita, l’accompagneranno fino al congedo finale.

Nel mese di Aprile dello stesso anno, la collezione “Peggy Guggenheim” apre i battenti con la veste di museo pubblico, realizzando il sogno della sua proprietaria di sopravvivere a sé stessa, perpetuandosi in una realtà a tutti visibile.

Nonostante siano trascorsi venticinque anni, la piccola collezione sulla riva destra del Canal Grande continua a richiamare ogni anno oltre trecentomila visitatori. I più scettici dicono che parte di questo numero sia dovuto alla vita sregolata della sua ultima proprietaria, che si dilettava a prendere il sole nuda sul terrazzo dell’edificio, indossando vistosi occhiali a forma di pipistrello disegnati dal pittore neo-romantico Edward McElcarth.

Altri motivano il successo per la lungimiranza della Guggenheim; veggente e credente che, in modo più o meno inconscio, aveva intuito l’entità delle forme d’arte che avrebbero caratterizzato il nucleo dell’avanguardia contemporanea. Sebbene, forse, sia semplicemente superfluo cercare un perché: la collezione è affascinante così come il suo giardino dove bronzi di Max Ernst e troni bizantini accolgono il visitatore, novello Adamo nel giardino dell’Eden. Naturalmente c’è poi la cornice dove è inserito il palazzo, a rendere tutto più lirico. “Se qualcosa può rivaleggiare in bellezza con Venezia, non può essere che il suo riflesso nel Canal Grande”, scriveva la Guggenheim.

Mentre il roco vociare del traghetto segnala l’epilogo della mia giornata nel Palazzo dei Leoni.

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