La Sicilia dei fenici

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Di Stefano Todisco

La prima volta che vidi la Sicilia compresi che non l’avrei mai più dimenticata. Una mattina di agosto iniziò l’avventura mia e di tre miei amici per visitare una delle perle del Mediterraneo. Arrivati da Milano, in dieci giorni abbiamo esplorato luoghi stupendi della provincia di Trapani: la nostra base era Castellammare del Golfo, una piccola città al centro della vasta insenatura omonima e protetta dai due promontori di San Vito lo Capo e Punta Ràisi, che fu l’antico Emporium Segestanorum, oggi sovrastato dal castello arabo-normanno di IX secolo.

La prima meta, a pochi minuti di auto, è stata l’antico sito di Segesta, 2500 anni fa roccaforte del popolo degli Elimi, oggi area archeologica abbarbicata sulle montagne come silente testimone di un glorioso passato.
A prima vista può sembrare un cumulo di rovine ma, percorrendo l’itinerario, è possibile comprendere l’amenità del luogo che offre una visuale su piccoli campi coltivati ricchi di varie colorazioni; qui i terreni brulli si alternano a una massiccia flora verdeggiante. Poco lontano dal sito, lungo una via intagliata nella roccia, ci siamo imbattuti in una visione dall’impatto architettonico strepitoso: il tempio dorico si ergeva dalla vegetazione con le sei enormi colonne di facciata, un colosso a cielo aperto, privo di tetto e immerso nel verde. Questo gigante scoperchiato è il monumento di Segesta: edificato a fine V secolo a.C. e mai completato, forse in seguito agli scontri fra Segesta e la rivale polis greca Selinunte, l’edificio sacro si innalza come un osservatorio celeste.
L’acropoli, la parte più alta e fortificata delle città antiche, ospita anche i ruderi di una fortezza arabo-normanna: l’intreccio tra questi due popoli, uno mediterraneo islamico e l’altro nordico cristianizzato ha dato luogo a esempi d’arte e di splendore raramente raggiunti dalla civiltà europea.
Federico II di Svevia, sovrano illuminato in un’epoca di “secoli bui”, riuscì a comprendere la potenzialità dell’incrocio tra culture e tradizioni studiando lui stesso la lingua araba e accogliendo a corte pensatori e dotti arabi e normanni. Questo grande uomo che rese la Sicilia un crocevia di popoli partecipò malvolentieri alla Sesta Crociata (1228-1229) durante la quale ottenne Betlemme, Nazareth, Sidone e Gerusalemme senza spargimenti di sangue, unicamente per vie diplomatiche col sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil: questo episodio fu un grande insegnamento di tolleranza per ogni epoca a venire. Non a caso, e per i suoi molti interessi e impegni culturali, Federico II di Svevia fu chiamato “stupor mundi” (meraviglia del mondo).

Selinunte: un tesoro d’archeologia

Seconda tappa dell’itinerario è stata proprio Selinunte, oggi Castelvetrano, un vero e proprio tesoro archeologico, sito su un terrapieno prossimo al mare. Si presenta come una distesa di antiche vie e templi circondati da macchia mediterranea e prospicienti il mare in direzione dell’Africa. Tutto è rimasto immobile nella sua grandezza e tra gli arbusti sparsi. In giornate assolate in cui l’ombra scarseggia è di leggero sollievo il vento tiepido che soffia dall’Africa.
I suoi templi giacciono oggi come giganti addormentati, rocchi di colonne divelti dalla propria sede ma dall’impressionante mole.
La città subì l’assedio e il saccheggio dei punici: era iniziato lo scontro tra civiltà, la fenicia Cartagine contro le città greche di Sicilia, capeggiate dalla potente Siracusa di Dionisio I detto “il Tiranno”.
Là dove oggi il vento, le sterpaglie e il sole cocente fanno compagnia ai luoghi degli eroi e degli avi, secoli addietro si svolsero le vicende che resero grande quest’isola e diedero l’immortalità a valenti uomini d’armi e d’ingegno. Il turista curioso si imbatte qua e là in enigmatici simboli lasciati dai conquistatori punici: la donna stilizzata, marchio della dea fenicia Tanit, e la testa del toro nel cerchio raggiato, simbolo divino e animale insieme.

Marsala: non solo 1000

Le giornate successive, ci hanno visto attraversare le terre sicule in direzione di ogni vestigia dell’antico che, in quest’isola favolosa, si sposa benissimo con le suggestive atmosfere quasi esotiche di una terra a metà tra la roccia e il mare. Marsala, l’antica Lilybaion, il cui nome significa “rivolta verso la Libya”, ci ha offerto un tramonto indimenticabile, dalla punta più occidentale della Sicilia. Vi si conservano i resti di una villa romana che dovette godere di panorami spettacolari sul mare aperto.
Intrattenendoci fino a sera abbiamo potuto vivere, nel ritorno verso casa, l’emozione di guidare l’auto lungo strade provinciali deserte e senza illuminazione potendo così immedesimarci in quei tempi remoti in cui l’uomo, senza l’elettricità, viveva in armonia con la natura pur sempre temendola. Questo timore reverenziale nei confronti del buio e delle forze del caos ci hanno fatti sentire più vivi che mai, più intraprendenti proprio perché più vulnerabili.

San Vito lo Capo: il gran canyon della Sicilia

Il carico di archeologia ci ha spinti a visitare, il giorno dopo, la cittadina turistica di San Vito lo Capo ma, prima di arrivare ci ha colti l’ennesimo tramonto: in un’ambientazione da deserti americani, con speroni rocciosi simili a canyon sui quali si riverberava l’ultimo raggio di sole, con colorazioni tra il rosa e il rosso, abbiamo fotografato il disco solare mentre veniva risucchiato dall’immensità delle acque. Il piccolo paesino al nostro arrivo si era già riempito di turisti e i tanti ristoranti offrivano pietanze locali dai sapori molteplici. Sulla via del ritorno, presso la Riserva dello Zingaro, da uno degli aggetti rocciosi sulla superficie del mare abbiamo potuto fotografare i bagliori della luna sulle acque immobili e scure.

Erice: viaggio al centro del labirinto

Il giorno seguente è ripresa la nostra traversata verso uno dei borghi più belli d’Italia, uno di quelli che merita più di tutti: Erice, un piccolo paese raggiungibile tramite un’ovovia da Trapani. Ormai compagno di avventure era diventato il tramonto che ci seguiva con le sue cromature particolari. Quello che era stato un abitato degli antichi Elimi, conquistato poi dai Romani, oggi si presenta come un labirintico centro con vie di basolato reso ormai liscio dal tempo e caratterizzato dalla forte pendenza.
Dall’alto, i bagliori delle vie di Trapani nella notte sembravano serpentelli illuminati che si gettavano in mare per raggiungere le sagome delle isole di Levanzo, Maraone e Favignana.
In sommità al monte che sorregge Erice si staglia il Castello di Venere, fondato sui resti di un antico tempio di Venere, famoso per la prostituzione sacra che vi si praticava fino ai tempi dei Romani.

Mozia:  e le vie sommerse

Verso gli ultimi giorni, non potevamo farci mancare uno dei più bei siti archeologici italiani: l’isola di Mozia. È questo un antichissimo avamposto commerciale dapprima fenicio, poi cartaginese, ora completamente circondato dalle acque ma in antico collegato alla Sicilia tramite una via oggi sommersa e quindi raggiungibile solo su imbarcazione. Tutta l’isola lascia intendere la vitalità che doveva avere questo emporio marittimo, dal porto quadrato (il kothon), al santuario di Capiddazzu, dalla possente sagoma “circolare” della cinta muraria fino all’inquietante tophet, il cimitero dei fanciulli (le leggende narrano di sacrifici per i riti propiziatori ma in realtà i fenici seppellivano i fanciulli in posti separati dagli adulti). L’estro artistico del luogo è ravvisabile dalle opere conservate nel museo Whitaker come il celebre “efebo”, statua di marmo che suggerisce l’uso di stili greci nella trattazione plastica del soggetto.

La Sicilia non è solo archeologia e natura intonsa ma è anche cucina invitante, mare e sole. Abbiamo visitato quelli che sono stati i luoghi abitati da Punici, Greci e Romani, terre che più tardi avrebbero affascinato altri popoli e invasori. Qui i ritmi della metropoli svaniscono lasciando spazio alla fantasia e ai tramonti, quei tramonti che rendono unica l’antica “Terra dei Ciclopi”.

 

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