Ragno d’oro: cacio, pepe e fantasia

gricia

Prima che subentrassero le terme di Porta Romana, a Milano quando si diceva “andiamo al Ragno d’Oro” era sinonimo di un aperitivo sotto le stelle, nel grande giardino esterno. A Roma, Ragno d’Oro è sinonimo di cucina locale. Su suggerimento di Andrea, Cicerone dei sapori, scendiamo alla fermata Ottaviano. Una veloce visita al porticato, una foto con sfondo il cupolone (impensabile entrare a San Pietro per la coda che si snoda lungo tutta la Piazza) e siamo pronti per infilare le gambe sotto il tavolo. Fiori di zucca fritti sul momento nella tradizione laziale che prevede mozzarella filante e un pizzico d’acciuga. I primi sono spettacolari: ordiamo una gricia (con guanciale croccantissimo) e una cacio e pepe. D’altronde, come insegna Oldani, la bravura di un cuoco si vede sulle portate più semplici. Gli spaghetti alla chitarra, fatti in casa, sono freschissimi, come il condimento: gustoso e saporito.  Io ho tagliato il traguardo: le porzioni sono abbondanti. L’altra metà di naticonlavaligia ha ancora un piccolo spazio che occupa con dei saltimbocca alla romana accompagnati da un piatto di cicoria saltata. Il conto arriva. Lo porta Paolo, sorridente come tutto il personale del locale: ed è una sorpresa. Solo trentacinque euro; dolce e caffè inclusi nel prezzo. Usciamo soddisfatti buttandoci nella canicola di un primo giorno di Luglio. Il cupolone ci sorride in lontananza e mi viene istintivo pensare che con quella cifra avrei pagato tre Martini al Ragno d’oro (del tempo che fu) nel centro di Milano.

Ragno d’oro

Via Silla, 26 (MM Ottaviano)
Roma

 

 

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