Como: laghi e idrovolanti

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di Isabella Pesarini

Quale scusa può mai convincere chiunque a svegliarsi al sorgere del sole il primo giorno di vacanza dopo una settimana di lavoro? Qualsiasi sfumatura assuma, la risposta non può essere che una: la passione. Nel mio caso si tratta della passione per i velivoli, meglio ancora quando scopro la possibilità di pilotare per prova un ibrido, mezzo aereo mezza barca. Ed eccomi salire sul treno in direzione di Como, dove si trova l’hangar degli idrovolanti!

Stazione ferroviaria di Como San Giovanni, ore otto del mattino. Mappa della città di Como alla mano percorro dieci minuti a piedi finché, superato il Monumento ai Caduti, arrivo all’hangar. Il cielo è incerto, nonostante sia fine agosto le nuvole cominciano ad addensarsi, quasi promettono pioggia. Non mi rassegno, rimarrò qui finché la pioggia estiva avrà esaurito il suo compito e rispunterà il sole. Correnti miti e cielo pressoché lindo sono condizioni necessarie per pilotare l’idrovolante, almeno la prima volta! Mi siedo sull’unica sedia in plastica bianca posizionata all’esterno dell’hangar come minimalissima sala di attesa e osservo. Ad aspettare condizioni meteo migliori con me ci sono una vegliarda ottuagenuaria piena di vitalità e una coppia fresca di matrimonio, oltre all’équipe numerosa dell’hangar.

Durante l’attesa, tra una chiacchera e l’altra, emerge la mia preparazione universitaria da ingegnere aerospaziale, iter didattico che mi ha portato alla scoperta della passione per i velivoli come soggetto attivo e che permette di fare un’eccezione alla regola, ritrovandomi così a visitare l’hangar con la guida esperta dei piloti. Accarezzare la carenatura delle fusoliere, curiosare sui comandi di bordo, passare da un pattino di atterraggio all’altro, tutto questo mi emoziona! La perfezione della superficie liscia di questi imponenti gioielli d’aria è tangibile, tocco coi polpastrelli ali, fusoliere e finestrini velivolo dopo velivolo. L’hangar ne ospiterà diverse decine! Sorge spontanea una domanda: i velivoli sono di proprietà? Uno dei piloti, chiaramente in pensione, sorride, probabilmente per la mia ingenuità. La maggior parte dei velivoli sono affittati e adoperati dai piloti e dagli studenti della scuola di volo incastrando i giorni del calendario. Appena le mie orecchie sentono scuola di volo balza immediatamente alla mente un pensiero per il futuro!

Faccio in tempo ad uscire dall’hangar che vedo l’ottantenne signora vivace salire entusiasta sull’idrovolante. Alzo lo sguardo al cielo: le nuvole stanno lasciando spazio al sole e a una temperatura più mite. Sorrido. Quando riabbasso gli occhi la signora ha già preso il volo. Como, Hangar degli idrovolanti, mezzogiorno. Finalmente è il mio turno! Il cielo è diventato terso, azzurro, solo qualche cirro solitario qua e là. Indosso il paracadute e salgo a bordo.

Vengo a sapere che i velivoli di prova sono predisposti coi doppi comandi, esattamente come l’automobile della scuola guida. Il mio istruttore è un pilota sulla quarantina, ogni suo gesto sprizza entusiasmo. Andiamo! Accendo il motore, con la chiave. Il deltaplano inizia a fluttuare sull’acqua del lago, servendosi degli ingombranti pattini che lo trasformano parzialmente in barca. Prendo manualità con i comandi di bordo, le cuffie per comunicare col co-pilota, al mio fianco, dopo un tratto di qualche decina di metri percorso a filo d’acqua metto motore, il tempo di acquistare velocità che il deltaplano decolla! Sto volando! La sensazione inebriante che si prova in cielo non può essere spiegata a parole, il concetto veritiero lo si può solo vivere.

Il pilota mi infonde coraggio: parla con voce pacata, calma, spiega ogni passo, mi invita a compiere la prima virata, larga, in cielo. Eseguo gli ordini impartiti. Il pilota è stupito dalla precisione con cui è stata effettuata la prima virata, mi sfida. Facciamo una seconda virata, più alta, più stretta? Sorrido. Eccome! Anche la seconda virata procede liscia, pian piano ci avviciniamo ai monti sul ramo del lago.

Il deltaplano continua il volo di crociera, mi rilasso. Faccio il pieno panoramico di scorci che mai avrei potuto vedere da quell’altezza, una vista d’insieme dabbasso e nel dettaglio più ci avviciniamo alla parete delle montagne. Ci avviciniamo. Sempre di più. Praticamente … stiamo andando contro la parete delle montagne! Faccio in tempo ad abbandonare la calma che il pilota, con la sua solita voce tranquilla, mi invita a una virata strettissima. Ma io guardo solo la montagna ormai su di noi sovrastante, la parete rocciosa, chiudo gli occhi, lascio cadere la mano dal timone … Mi sento sballonzolare leggermente verso destra, i riflessi mi fanno aprire gli occhi. Il pilota sta sorridendo, per nulla preoccupato, scocciato, insomma, infastidito dalla mia perdita di concentrazione. Lo guardo dispiaciuta. Lui, mentre procede alla manovra di salvataggio servendosi dei doppi comandi sul cruscotto di bordo, mi risponde che ha osato provare una manovra già per allievi avanzati, dal momento che mi aveva vista capace di comprendere appieno i suoi ordini in volo, perciò di non preoccuparsi. Mi chiedo se qualcuno avrà mai superato la prova, ma preferisco non approfondire l’argomento. Piuttosto gli chiedo se posso riprovare la manovra, da una distanza di sicurezza maggiore, con una parete rocciosa meno ripida. Il sorriso dell’istruttore è una conferma. Da sola decido di tornare indietro, con una virata ampia, concentrandomi esclusivamente sui comandi e sul velivolo. L’istruttore mi indica una montagna, molto somigliante alla precedente, ma di dimensioni più piccole. Ora la distanza è maggiore, mi preparo alla virata. Ci avviciniamo, sempre di più, la mano destra è ferma sul timone, con la coda dell’occhio vedo chiaramente che anche il co-pilota si sta preparando, la mano destra sui doppi comandi, per un eventuale intervento di salvataggio, come poco prima, la mano sinistra alzata come segnale. Ecco, la sua mano sinistra si abbassa repentinamente e io eseguo la virata. Perfetta. Ci lasciamo il monte alle spalle.

Tutto il corpo è pervaso da adrenalina, mai avrei immaginato di aver immagazzinato così tanta energia, spesa in parte per la massima concentrazione, l’altra libera di fluire, di essere vissuta.

Ora ci prepariamo all’atterraggio, la fase più delicata del volo. L’istruttore mi spiega che è necessario iniziare la manovra di atterraggio già in quota, per ridurre molto gradatamente la velocità di volo. L’impatto con l’acqua avverrà coi pattini, dei corpi ingombranti, per la quantità di moto l’urto è violento.

Durante la fase preparatoria all’atterraggio, senza perdere la concentrazione, ammiro il sole, lo specchio d’acqua del lago, i monti che accompagnano il lungolago per tutta la sua lunghezza. Tutto è qui per testimoniare armonia.

Ci siamo, manca poco, l’acqua è sempre più vicina … Splash! L’idrovolante sobbalza per due, tre volte, ormai non c’è più motore, la velocità sta tendendo rapidamente allo zero. Eccome se l’urto è stato tangibile! Riaccompagnamo il deltaplano all’hangar, da dove ripartirà con altri avventurieri. Scendo dal velivolo, dalla mia avventura durata un bel po’ di più del tempo solitamente pattuito all’iscrizione per la prova di volo. L’istruttore risponde al mio sguardo interrogativo facendomi osservare come abbia compiuto diverse manovre in soli quaranta minuti di volo! Per certe attività sono richiesti entusiasmo e determinazione, qualità che ho dimostrato pur nella piccola crisi di fronte alla parete rocciosa a dirupo della prima montagna.

Non posso che ringraziare l’inesauribile disponibilità di tutta la squadra dell’hangar, persone che hanno scelto un mestiere non usuale, che affrontano quotidianamente l’instabilità meteorologica, le intemperie, la psicologia di tutte le persone che vanno e vengono dall’hangar, i pericoli indissolubilmente legati al mestiere stesso.

Stazione ferroviaria di Como San Giovanni, due del pomeriggio. Sono già sul treno di ritorno che mi riporterà a Milano. Prima di salire a bordo del treno mi volto, alzo la mano in segno di saluto all’Aero Club di Como da lì poco distante, ringraziandolo in cuor mio per un’avventura inaspettata. Un’avventura che ha confermato una passione.

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