Cipro: i monti Troodos

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Mentre sto scrivendo sotto un pergolato di viti, mangio nespole appena raccolte da un campo antistante. Mi trovo nel cuore dei monti Troopos, in una casa del secolo scorso ora adibita ad agriturismo, nel centro del grazioso villaggio di Galata, dove per visitare la chiesa di San Nicola devi chiedere le chiavi ai gestori del bar della piazza. Intorno lo scampanio a festa di un matrimonio celebrato con rito ortodosso.

Ma come siamo arrivati qua?

Salutato il tempio di Apollo e le rovine di Kourion sul cammino archeologico del culto di Afrodite. Superata la città di Lemesos, dal porto spettacolare in cui attraccano le principali compagnie croceristiche di navigazione, ci immettiamo sulla statale con direzione i monti Troodos.

Lo scenario da archeologico vira nel bizantino. Custodite dall’abbraccio dei tornanti e refrigerate da una brezza leggera, ben dieci chiese figurano nel patrimonio culturale dell’Umanità sancito dall’Unesco. Il clima cambia: il calore spossante della costa si attenua mentre si avvicina la cima del monte Olimpo svettante nei suoi duemila metri. Questa tranquilla regione, lontana dal caos della costa e dalla luce abbacinante della spiaggia, è il luogo ideale per un viaggio nel tempo. Nascosti dai pendii delle montagne si trovano spettacolari perle dell’epoca bizantina.

Fu allora che i villaggi antistanti i monti Troodos divennero noti per le loro miniere. La conseguenza fu la nascita di un rinomato centro per le arti in quanto monaci e ordinari cittadini furono costretti a costruire chiese e monasteri in luoghi lontano dalle coste per evitare la calate dell’orda barbara.

Platares è una linea di demarcazione che divide la regione di Marathasa da quella dei Monti Troodos. Qui a 1300 metri si erge il monastero di Kykkos, situato a picco di una montagna. Dedicato alla Vergine Maria il monastero possiede una delle tre icone attribuite a San Luca. Ricoperta da uno strato d’argento è custodita in un reliquiario di madreperla e guscio di tartaruga. Lungo la strada si incontra Kalopanayotis, pittoresco villaggio cipriota noto per i ciliegi. Un monastero, quello di Ayos Ioannis Lampadistis, la cui chiesa principale ha una struttura ad arco a croce greca.

Comincia lì la strada che porta alla valle di Solea, annunciata dalla prima scheggia bizantina. Si tratta della chiesa di Agios Nicolaos tis Stegis (San Nicola del Tetto), così chiamata per il tetto spiovente in legno che ne disegna la struttura. Interamente dipinta da affreschi è una delle più belle chiese dell’isola, appartenente un tempo a un monastero.

Un paio di tornanti portano all’ameno villaggio di Kakopetria, zona collinare di villeggiatura amata dagli autoctoni ma frequentata anche da turisti inglesi e tedeschi. Al centro del paese, si trova la ricostruzione di una pietra, un masso maledetto che tentò di uccidere una coppia di sposini. Fu quest’ultimo a spezzarsi, a testimonianza che l’amore della coppia era sincero e che il paese sarebbe stato da allora protetto dal potente fluido della dea Afrodite.

La chiesa di Panaghia Podithou, costruita nel 1502 e caratterizzata dallo stile italo-bizantino anticipa l’avvicinarsi della meta. Inerpicandosi ancora a nord, mentre la gola della valle si stringe sotto di noi, raggiungiamo Galata dove alloggeremo in una tipica casa locale. Costruita nel secolo scorso The House of Xenis costituisce uno spaccato dell’entroterra cipriota. Interamente edificata con pietre, rappresenta un’offerta interessante per il viaggiatore alla ricerca di un alloggio fuori dal circuito classico. Per poter scrivere, mangiando nespole con la colonna sonora dell’acqua di un torrente e il retrogusto dei brindisi di quel grasso grosso matrimonio cipriota che si sta festeggiando sulla piazza del paese.

 

(continua…)

 

 

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